Francesca Nottola / Italiano / Live / Photography / Recensioni / Reviews

DAL VIVO: Ezra Furman and The Boy-Friends, Circolo Magnolia, Milano 6.11.2016

This slideshow requires JavaScript.

di Francesca Nottola

In molti impazziscono per Ezra Furman non appena lo vedono e lo ascoltano, e in molti affermano che è ‘il futuro del rock’n’roll’, anche se è difficile stabilire cosa significhi ‘rock’n’roll’ nel 2016 e se il rock’n’roll, in senso stretto, ha un futuro. Quasi tutti gli articoli su Ezra Furman si soffermano sul suo abbigliamento, sul trucco, sul suo essersi dichiarato bisessuale e con un’identità di genere fluida, ed ebreo praticante. Bene, stabilito che Ezra Furman non passa inosservato, cerchiamo di non fare passare la musica e i testi in secondo piano rispetto al rossetto. L’estetica di un artista è cruciale, basti pensare a Björk o ai New York Dolls, ma non è tutto.

Quando l’ho intervistato nel 2015 gli ho chiesto se, secondo lui, ci fosse una correlazione tra la trasformazione del suo aspetto esteriore – un fatto da lui e da tutti evidentemente considerato importante – e il suo successo. Dopo una lunga pausa, Furman mi ha risposto che la sua trasformazione esteriore è espressione di un periodo fondamentale della sua vita in cui ha deciso di appropriarsi fino in fondo della sua complessa identità e della sua storia. Secondo Furman, questa accettazione di sé gli ha conferito maggiore sicurezza e, di conseguenza, ha prodotto risultati musicali di livello più elevato. Il primo abito marcatamente ‘femminile’ (anche qui, etichette da usare con le pinze) appare sulla copertina del secondo disco solista, Day Of The Dog (2013): ‘volevo sondare il terreno…’, mi dice. In realtà già il primo disco solista, The Year Of No Returning (2012), è un disco molto bello, maturo, intenso ed eterogeneo, ed Ezra appare ancora un ragazzo qualunque con camicia a quadri e naso fintamente insanguinato, a sostegno delle storie di risse notturne che avrebbero generato le canzoni dell’album, secondo quanto raccontato nel suo video di autofinanziamento su Kickstarter. Era già un bravo cantautore anche prima di condividere col mondo il suo desiderio di vivere liberamente quella che lui definisce la sua ‘femminilità’. Utilizzo questi termini con estrema cautela perché mi rendo conto che, fortunatamente, oggigiorno parole come ‘maschile’ e ‘femminile’ hanno poco senso e sono state svuotate del loro opprimente significato tradizionale. Tuttavia, la femminilità cui fa riferimento Ezra Furman è un po’ tradizionale e nostalgica, retro/vintage se vogliamo, con quelle collane di perle e gli eleganti atteggiamenti da diva degli anni ’40, alternata a un’estetica adolescenziale punk che, alla fine, rifiuta qualsiasi classificazione. Per questo mi piace Ezra Furman, perché fa ed è quello che vuole, appropriandosi di tutto e restituendocelo nella sua versione.

Ezra Furman racconta un sacco di storie, si definisce un bugiardo compulsivo e – mi chiarisce al telefono – non ha mai detto che i suoi testi siano autobiografici. Sono le emozioni espresse dalle canzoni ad essere autentiche, non necessariamente le storie. Le canzoni sono un misto di autobiografia e finzione. Furman ama prenderci per i fondelli e non lo nasconde neanche. Spesso dal palco ci dice che è già annoiato del concerto in corso, o che non gli interessa se ci piace qualcosa o no, perché – coerentemente con il suo ethos punk – lui fa quello che vuole. Uso il pronome ‘lui’ perché Ezra ha detto che va bene così.

Un artista contraddittorio e sfaccettato, che passa da questo atteggiamento strafottente adolescenziale a un forte, esplicito e sentito impegno politico, soprattutto a favore dei diritti delle comunità LGBTQ+, delle donne, delle popolazioni di colore, delle minoranze etniche e dei profughi. E dalla politica passa poi, con disinvoltura, allo studio del Talmud, alla preghiera e all’osservanza dei dettami della religione ebraica, primo fra tutti lo shabbat. Infine, è l’intimo cantautore del suo stesso malessere, del disagio, della menzogna, della paura, di una percepita inadeguatezza ribaltata poi nelle interviste in cui, con tono megalomane ma anche autoironico, Furman presenta sé stesso e i suoi musicisti come la migliore band esistente e che aspira a lasciare un segno nella storia della musica, come i suoi idoli, primo fra tutti Lou Reed, sul cui Transformer sta al momento scrivendo un libro per la nota collana 33⅓.

Pur avendo grandi aspettative per il suo primo concerto italiano da headliner, Ezra – reduce dal trionfo assoluto londinese della sera di Halloween al Roundhouse straripante di 2.000 persone, è un po’ spiazzato dalle dimensioni del palco e dalla posizione del Circolo Magnolia, locale con grande personalità, ma completamente isolato dalla vita milanese. Non aiuta il fatto che è una fredda domenica di novembre, che il concerto inizia alle 22.30 e che, per chi non è socio ARCI, il costo del biglietto sia raddoppiato. Insomma, certamente molti altri avrebbero voluto vederlo suonare con il suo gruppo, ma sono stati annichiliti da queste piccole avversità. Tuttavia, qui al Magnolia stasera troviamo un pubblico motivatissimo, appassionato e davvero entusiasta, a bilanciare la stanchezza della band, costantemente in viaggio da due settimane e reduce da un concerto al giorno in vari paesi europei.

Un fattore demografico osservato anche altrove è che tra il pubblico spicca una maggioranza di uomini dai 35 anni in su e – questa invece peculiarità milanese – un numero sproporzionato di fotografi: 5 fotografi per un palco largo forse 4,5 metri. Fotografi per cui, diversamente da tutti i locali del mondo, non vale la regola delle prime 3 canzoni e via, e che rimarranno quindi davanti, in prima fila, a ostruire la visuale con i loro obiettivi per l’intero concerto. Legittimamente, un avventore se ne lamenta con me, ma invano, perché non sono io a poter risolvere la questione. Io mi sono arrangiata col cellulare per potervi mostrare qualche immagine della serata. La cosa interessante è che di questi 5 professionisti, solo uno ha pubblicato queste foto, ad oggi.

In sottofondo, per tutta la sera prima e dopo il concerto, David Bowie. Siamo forse 60 persone, e la presenza più interessante è Bianca, una ragazzina di 12 anni accompagnata dalla cugina Federica e dal papà Roberto, che si autodefinisce un ‘invasato’. In tempi in cui l’invasamento ideologico produce risultati devastanti, ben venga quello per la musica indipendente. Bianca, alta forse meno di un metro, canterà perfettamente in inglese per tutta la sera. Le chiedo: ma cosa ti piace di più di Ezra, la musica o i testi? ‘Tutt’e due’, mi risponde felice.

Sono le 22.30 e finalmente Ezra Furman e i suoi Boy-Friends arrivano sul palco. Non ci metteranno molto a entusiasmare un pubblico inizialmente timido. La maglietta di Ezra, ricevuta in dono poco prima del concerto, ha una bella foto di una bambina con la famosa scritta: ‘Le brave bambine vanno in paradiso, le bambine cattive vanno dappertutto’, classico inno alla disobbedienza e all’autodeterminazione. Ezra Furman non ha avuto il tempo di apprendere che nella moderna Italia, nei giorni prima del suo concerto, così come nei giorni dopo, così come ogni giorno, c’è una donna stuprata, uccisa, arsa viva dal compagno o marito perché ha fatto la ‘cattiva’ e non ha obbedito, ha rifiutato la sottomissione all’ennesimo uomo insicuro e aggressivo. Ezra questo non lo sa, ma il paese da cui viene certo non può più dare lezioni a nessuno in quanto a rispetto delle donne, visto che chi stupra è premiato e il neopresidente statunitense incoraggia grottescamente alla molestia sessuale senza che né sua figlia, sua moglie e neanche le sue assurde elettrici battano ciglio.

‘Siamo venuti da così lontano!’ dice Furman, ‘e domani dobbiamo ritornare. E’ assurdo!’. Per chi non conoscesse i bravissimi Boy-Friends, provenienti da Chicago, Illinois e Des Moines, Iowa, eccoli: Jorgen Jorgensen-Briggs al basso, Sam Durkes alla batteria, Ben Joseph, tastiera e chitarra elettrica e Tim Sandusky, sassofono e maracas nonché responsabile della produzione degli album di Furman. Tutti anche coristi. Li accompagna come tecnico del suono il fedelissimo britannico Phil Lawson.

In scaletta stasera, per la prima parte: ‘Ocean of Tears’ (cover della cantante R&B Big Maybelle), ‘Anything Can Happen’, ‘Haunted Head’, ‘Tip Of A Match’, ‘Little Piece Of Trash’, ‘My Zero’, ‘Potholes’, ‘Ordinary Life’, ‘Slacker Adria’, un misto dei tre album solisti e dell’ultimissimo EP Big Fugitive Life (2016). A metà scaletta, i Boy-Friends lasciano Furman solo sul palco per due pezzi acustici, ‘Penetrate’ e un’altra canzone strappalacrime (‘soppy’) che, dice, non ha mai suonato e che io non riconosco. ‘E’ un esperimento: dicono che se piace a Milano, piacerà ovunque’, scherza Ezra. ‘E’ bello suonare dal vivo. Dobbiamo festeggiare di essere ancora vivi. Questa è musica nata dalla frustrazione, è energia che deve essere liberata.’ Il pubblico del Magnolia è molto affettuoso, applaude entusiasta e canta con lui. Il batterista Sam Durkes è insolitamente e piacevolmente rumoroso stasera, lui che è in genere molto delicato e leggero.

Pur avendo avuto una nonna italiana, di Padova, Ezra Furman non parla italiano, se non per dire i giorni della settimana e ‘mi chiamo Ezra’. ‘This is American music!’, dice, con la spavalderia che solo gli anglo-americani possono avere. Al ritorno dei Boy-Friends, che finalmente ci presenta uno per uno, si riparte con ‘Restless Year’, ‘At The Bottom Of The Ocean’, ‘Walk On In Darkness’, ‘Can I Sleep In Your Brain’ e ‘Lousy Connection’. Furman introduce l’inno queer ‘Body Was Made’ (da Perpetual Motion People, 2015) dicendo che è in particolare dedicato alle persone LGBTQ+ tra il pubblico. ‘Sono contento che siate venuti’.

Qualcuno inspiegabilmente gli chiede di suonare Lou Reed, Ezra ignora la richiesta. ‘I’m going to play what I want!’. Fa quello che vuole, giustamente, non è un jukebox né un DJ. Seguono ‘Teddy I’m Ready’, e ‘I Wanna Destroy Myself’, ‘a positive song’, commenta ironico. La band esce e torna per il rituale encore. Il concerto si conclude con ‘Where Eagles Dare’ dei Misfits, praticamente l’anti-Furman se pensiamo a Glenn Danzig, ma perfettamente in linea con la passione di Furman per il punk, che lo ha spinto sia a calcare le scene che, gradualmente, a sbattersene di tutto e di tutti. Furman ha anche frequentato la scuola di Bob Dylan però, sin da adolescente, e la meravigliosa strafottenza di Bob Dylan di fronte al conferimento del Nobel per la letteratura mi fa immaginare che anche Ezra Furman, un giorno, farà qualcosa di simile.

Oscillante tra la megalomania e il disprezzo di sè, non so dire se Ezra Furman è il futuro del rock’n’roll. Forse Ezra Furman non ha ancora cambiato la storia della musica. Tuttavia, se a ogni concerto recluta centinaia di nuovi seguaci di tutti i tipi, qualcosa vorrà dire. La giustapposizione ironica dei suoi testi drammatici con melodie spensierate, la sua piacevole arroganza/noncuranza, la sua incredibile presenza sul palco, la massacrante quantità di energia che libera in ogni spettacolo, la sua libertà e la sua intelligenza certamente lo rendono uno degli artisti contemporanei più interessanti in assoluto. Sono molto curiosa di seguire i vertiginosi sviluppi della sua impressionante carriera.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s